Gattopardo all over again


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Francesco Condello

Da più di un anno, alcune procure italiane stanno indagando su un giro internazionale di scommesse clandestine che avrebbe condizionato pesantemente lo svolgimento dei campionati di calcio professionistici italiani: decine fra calciatori, dirigenti e tecnici avrebbero falsato i risultati di numerose partite, dalla Serie A alla Lega Nazionale Dilettanti, per pilotare le vincite delle scommesse a vantaggio di una vera e propria organizzazione criminale internazionale, con cellule da Singapore al Montenegro, dalla Romania all’Ungheria. Tra arresti e perquisizioni, le indagini hanno pian piano conquistato titoli sui giornali, raggiungendo l’apice il 20 aprile, quando le volanti della Polizia italiana hanno violato, con un blitz all’alba, la sacralità del centro sportivo di Coverciano – dove la Nazionale di calcio era in ritiro per preparare la partecipazione ai Campionati Europei di Ucraina e Polonia – perquisendo la stanza del difensore Domenico Criscito.

Dopo sei anni, quindi, il calcio italiano è nuovamente nel caos. Già nel 2006, infatti, un altro scandalo aveva travolto il mondo del pallone italiano: Calciopoli (questo è il nome con cui l’inchiesta è passata alle cronache) aveva scoperchiato una cupola di malaffare che agiva sulla Serie A, coinvolgendo principalmente la Juventus – che venne retrocessa, penalizzata di due Scudetti e i cui dirigenti, Luciano Moggi e Antonio Giraudo, vennero radiati – ma anche Milan, Lazio e altre. Noi italiani (persino molti tifosi juventini, come il sottoscritto) avevamo sperato che Calciopoli potesse rappresentare un inizio, un’occasione per fare pulizia delle mele marce ed aprire una nuova stagione, almeno nello sport, di rinnovamento radicale. Sei anni dopo, possiamo dire che ci eravamo illusi.

 

”Vinciamo gli Europei!”

Nel 2006, Calciopoli esplose proprio alla vigilia dei Mondiali disputati in Germania. La Nazionale italiana seppe, in quel difficile momento, fare quadrato attorno all’allenatore Marcello Lippi (che era stato il simbolo della Juventus di Moggi e Giraudo,) e, in risposta alle numerose critiche ricevute, vinse sul campo il quarto Titolo Mondiale della sua storia. Nel precedente trionfo mondiale, nel 1982 in Spagna, gli Azzurri furono trascinati alla vittoria dall’attaccante Paolo Rossi, appena rientrato (tra le polemiche) da una squalifica di due anni relativa al cosiddetto Totonero, primo scandalo di illeciti sportivi (simile a quello odierno) e partite truccate della storia del calcio. Per completare il quadro, bisogna aggiungere che un altro scandalo, sempre relativo alle scommesse, emerse anche nel 1986: 4 scandali in 32 anni, 1 ogni 8.

Queste vicende hanno e hanno avuto una grande eco anche al di là dei confini nazionali, provocando, generalmente, reazioni di due tipi: da un lato, soprattutto all’estero, si mette in evidenza l’incapacità degli Italiani di trarre insegnamento dai propri errori (”Cosa vuoi farci… sono Italiani!”); dall’altro lato, con spirito quasi patriottico, si sottolinea il luogo comune secondo cui gli Italiani danno il loro meglio quando si trovano in situazione di grande difficoltà (proprio per questo motivo, aleggia un immotivato ottimismo sulle sorti degli Azzurri ai Campionati Europei di quest’estate: ”Guarda l’82, il 2006… Quando ci sono i problemi, vinciamo!”). Gli Italiani paiono quindi testardi nel mantenere i propri difetti ma al contempo virtuosi nel reagire ai problemi: come è possibile? come possono convivere questi due aspetti antitetici?

 

Il Paese del Gattopardo

Nel 1958 esce, postumo, Il Gattopardo, primo best seller italiano – con più di 100.000 copie vendute -, unico romanzo scritto dal siciliano Giuseppe Tomasi di Lampedusa, intellettuale di origine nobile, schivo e solitario. L’autore, ispirandosi alla storia antica della propria famiglia, ambienta la narrazione nel periodo del Risorgimento (attorno al 1860), anni cruciali in cui l’esercito dei Mille, comandato da Giuseppe Garibaldi, sbarcò nell’Isola per conquistare il Regno delle Due Sicilie e annetterlo al Regno d’Italia (che vedrà la luce di lì a poco, nel 1861). Alter ego dei Tomasi è la famiglia nobile dei Salina, che si trova a fronteggiare l’epocale cambiamento con l’obiettivo di mantenere i privilegi acquisiti. In questo contesto, l’autore fa, per bocca di Don Fabrizio Principe di Salina, alcune considerazioni che tornano utili al nostro discorso: nonostante le speranze di miglioramento, il cambiamento dovuto all’annessione al Regno d’Italia è senza contenuti, poichè quello che non muterà sarà il carattere e l’orgoglio dei Siciliani, che già più volte nel corso della Storia si sono adattati a Popoli invasori, senza tuttavia mai modificare la propria essenza. Il modo in cui l’aristocrazia siciliana può mantenere i propri privilegi non è appoggiando chi li ha fino a quel momento garantiti (il Regno delle Due Sicilie), ma chi ne sta minacciando la sopravvivenza (il nascente Regno d’Italia). Questa idea è splendidamente sintetizzata nel romanzo da Tancredi, nipote di Don Fabrizio: ”Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Questo machiavellismo dello spirito siciliano ha dato luogo all’aggettivo gattopardesco, ”che fa mostra di aderire alle novità per non perdere potere e privilegi antichi”, non a caso il più usato per definire la sicilianità, oltre che lo spirito italiano stesso.

 

Liberazione dal Fascismo?

Basta infatti voltarsi indietro ad analizzare i momenti di transizione della Storia dell’Italia unita (che l’anno scorso ha festeggiato il 150esimo compleanno) per ritrovare sempre, come una colonna sonora, lo spirito del Gattopardo.

Mentre in Germania il Dopoguerra portò una grossa epurazione di chi aveva partecipato al Terzo Reich e una profonda riflessione su cause e responsabilità, in Italia le cose andarono in modo diametralmente opposto: chi aveva appoggiato il Fascismo riuscì in qualche modo a riciclarsi, al punto che la vera epurazione interessò più gli antifascisti (allontanati dai luoghi di potere e controllo) che i fascisti. Mentre Benito Mussolini fu appeso cadavere in Piazzale Loreto a Milano, molti componenti della classe dirigente del Paese riuscirono, con abile trasformismo, a sopravvivere indenni (spesso grazie alla protezione degli alleati americani) alla resa dei conti. Per costituire la Repubblica post-fascista, si impiegò, incredibilmente, quasi 5 anni (dalla caduta di Mussolini nel 1943 all’entrata in vigore della Costituzione nel 1948), per permettere alle classi dirigenti (guidate dagli Stati Uniti) da un lato di riorganizzarsi e ricostruirsi una propria verginità; dall’altro di indebolire e delegittimare le forze antifasciste. Al giorno d’oggi numerosi politici (tra cui l’ex Premier Berlusconi e l’attuale Presidente della Camera Fini) sostengono che Mussolini, dopotutto, fu un grande statista; senza contare che in Parlamento siede Alessandra Mussolini, nipote del Duce: immaginereste la nipote di Hitler al Bundestag? O Obama dire che Nixon fu un grande statista?

 

Seconda Repubblica?

Quando si cercano momenti di cambiamento in Italia, non si può non pensare al biennio 1992-1994, momento di passaggio tra – distinzione giornalistica ormai diventata di uso comune – Prima Repubblica e Seconda Repubblica.

Innanzitutto, l’inchiesta Mani Pulite, condotta da un pool di coraggiosi Magistrati della Procura di Milano, svelò un sistema di corruzione generalizzato (passato alle cronache come Tangentopoli) che coinvolgeva personaggi di altissimo profilo (ministri, deputati, senatori, imprenditori … ). Nel giro di pochi mesi, travolti dallo scandalo, scomparvero la Democrazia Cristiana, partito egemone dei governi italiani dal Dopoguerra, e il Partito Socialista Italiano, il cui segretario, Bettino Craxi (il politico più potente del momento, punto di riferimento per la classe dirigente milanese e molto vicino all’imprenditore Silvio Berlusconi), scappò latitante in Tunisia. Aggiungendo che anche il Partito Comunista scomparve di lì a poco, incapace di sopravvivere senza il riferimento sovietico, risulta chiaro che in Italia si creò, dal 1992, un grosso vuoto di potere.

Nello stesso periodo, la Mafia siciliana sferrò un attacco allo Stato senza precedenti: prima uccidendo politici (il democristiano Salvo Lima); poi Magistrati e forze dell’ordine (degli attentati ai giudici antimafia Falcone e Borsellino e le loro scorte si è celebrato quest’anno il ventennale); infine piazzando bombe fuori dalla Sicilia (all’Accademia dei Georgofili a Firenze, a San Giovanni in Laterano a Roma, al Padiglione di Arte Contemporanea a Milano…) che provorocano 21 vittime e più di cento feriti. Perchè la Mafia si spinse a minacciare così esplicitamente la stabilità dell’intera Nazione? Alcune inchieste degli ultimi anni (grazie alle preziose collaborazioni di Gaspare Spatuzza, ex uomo d’onore, e di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo), gettano una luce diversa sulla questione: mentre le bombe esplodevano, una vera e propria trattativa, atta a raggiungere un accordo per superare la transizione, veniva portata avanti da apparati deviati dello Stato e membri delle famiglie mafiose. Perchè una trattativa con la Mafia? Che tipo di accordo si voleva raggiungere?

Antonio Ingroia, attualmente Magistrato presso la Procura Distrettuale Antimafia di Palermo, ci propone una visione più ampia, che bene si allaccia al nostro discorso. La trattativa non è da circoscrivere al biennio 1992-1994, poichè lo Stato italiano, come provato da più sentenze definitive, ha da sempre intrattenuto relazioni con i poteri occulti presenti sul territorio: si pensi allo scandalo Propaganda Due, una loggia massonica scoperta fine anni Settanta che vantava tra i suoi iscritti un migliaio di personaggi di primo piano di politica, amministrazione, forze armate ed imprenditoria; o al democristiano Giulio Andreotti, protagonista assoluto della Prima Repubblica (7 volte Premier e una ventina di volte ministro), sul cui capo pende una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa, per fatti provati fino al 1980. Alla luce di ciò, il passaggio tra Prima e Seconda Repubblica può essere interpretato come la prova di forza tra due parti (Politica e Mafia), fino a quel momento (e, come vedremo, anche dopo) in strette relazioni: negli anni Ottanta la Politica manda in avanguardia la Magistratura per rompere il patto con la Mafia (viene così creato dal Magistrato Antonino Caponnetto il pool antimafia, che comprende Falcone e Borsellino e che convince molti mafiosi a collaborare, assestando duri colpi all’organizzazione criminale); la Mafia inaugura la stagione delle stragi colpendo prima la Politica (l’andreottiano Salvo Lima) e poi la magistratura (l’omicidio Falcone, che causerà anche la mancata elezione di Andreotti a presidente della Repubblica); la Politica abbandona la Magistratura (il pool, e in particolare Falcone e Borsellino, vengono isolati e delegittimati); la Mafia forza la mano, costringendo la Politica (travolta, ricordiamolo, da Tangentopoli) a scendere a patti. Il biennio 1992-1994 pare quindi un momento di caos, un crescendo di minacce di cambiamento che Politica e Mafia (e, esterna, Magistratura) si rivolgono l’un l’altro.

Dove porta questa tensione? Come avviene il pasaggio alla Seconda Repubblica? Si tratta, almeno questa volta, di un vero cambiamento? Le stragi smettono in concomitanza con la discesa in politica dell’uomo nuovo Silvio Berlusconi (già, come abbiamo visto, vicino ai socialisti nel ventennio precedente), il cui braccio destro, Marcello Dell’Utri (vero ideatore del progetto politico), vanta una condanna provvisoria per concorso esterno in associazione mafiosa. Per fatti provati, coincidenza, fino al 1992.

 

Fumo negli occhi

Mondo del pallone? Sempre gli stessi scandali. Liberazione dal Fascismo? Cambia tutto ma, alla fine, non cambia niente. Seconda Repubblica? Idem. Perfino Silvio Berlusconi, di cui qualche mese fa tutti i giornali più importanti del mondo decretavano la definitiva morte politica, continua, ancora oggi, a mantenere il controllo del Parlamento e a possedere aziende in tutti i settori strategici dell’economia Italiana. Così come al proprio posto rimangono le decine di politici indagati (addirittura il Presidente del Senato, Renato Schifani, sospettato di frequentazioni mafiose), condannati (il già citato Andreotti) o indiziati (il Presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, rifiuta di dimettersi nonostante tutti i suoi collaboratori in giunta siano stati arrestati).

Una nazione occidentale moderna, però, dovrebbe essere ben diversa da un piccolo Regno di 200 anni fa: come è possibile che lo spirito del Gattopardo continui a sopravvivere, oggi più forte che mai? come può persistere una mancanza così lampante di giustizia e pulizia? D’istinto, verrebbe da addossare le responsabilità su chi è incaricato di far rispettare la Legge: Magistratura e forze dell’ordine. Ma in Inghilterra, in Germania o negli Stati Uniti, quando politici o uomini di potere vengono travolti da inchieste giudiziarie, si fanno da parte prima che arrivi una sentenza, invece di aspettarne l’esito. Perchè in Italia non succede? Perchè nessuno, nemmeno il più tedesco dei politici tedeschi invischiato nel più vergognoso degli scandali, deciderebbe mai da solo di lasciare la poltrona e i privilegi acquisiti: ad obbligarli è sempre l’opinione pubblica.

Per trovare il colpevole della situazione italiana, quindi, bisogna puntare il dito contro un grande assente: l’informazione. In Italia, come sostenuto dal giornalista Marco Travaglio, i fatti sono scomparsi, sacrificati al mantenimento del potere e dello status quo: invece che fornire i mezzi per creare opinioni consapevoli, si preferisce gettare fumo negli occhi dell’opinione pubblica.

 

Cambierà mai qualcosa?

Internet, negli ultimi anni, ha cambiato un po’ questo disegno: diverso è il modo in cui le persone costruiscono le proprie opinioni, poichè si sono moltiplicate a dismisura le fonti consultabili. Mentre è semplice controllare 7 canali televisivi e una decina di giornali, infatti, diventa più complicato mettere il bavaglio alle infinite voci della Rete. Questo concetto è stato compreso, finalmente anche in Italia, da alcune personalità fuori dal coro di regime; e non sono mancate, negli ultimi anni, grosse novità: Il Fatto Quotidiano è il primo giornale di informazione indipendente dai finanziamenti pubblici (e quindi dal controllo politico) in Italia; Servizio Pubblico è il primo programma televisivo di approfondimento ad andare in onda in multipiattaforma – piccole reti Tv e internet -, quindi non soggetto ai diktat editoriali e politici; infine il Movimento 5 Stelle, nato su internet, senza struttura nè organi centrali, è uscito vincitore dalle ultime elezioni ed è destinato, secondo i sondaggi, a diventare la prima forza politica del paese. Sarà sufficiente? Dare agli Italiani la possibilità di essere informati permetterà loro di decidere in coscienza ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? E questo basterà a fare pulizia delle mele marce? E questo permetterà il cambiamento? Oppure il Gattopardo sarà, ancora una volta, più forte? Quella che è iniziata, e che la crisi internazionale sta amplificando, è una rivoluzione – sarebbe la prima per la Storia italiana – o l’ennesima transizione gattopardesca?

Non avendo risposte certe a queste domande, non resta che sperare che le cose vadano per il meglio. E che il meglio non sia, almeno questa volta, una vittoria della Nazionale di calcio.

 

This article was originally published in Slovenian translation in Razpotja magazine issue 8 (summer 2012).

Photo: satchmoblue

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