Jep e Roma: la grande bellezza


great2Francesco Condello

È sempre più difficile, al giorno d’oggi, comprendere i motivi che portano un film al successo e alla consacrazione, e ancor più arduo è prevedere se una pellicola rimarrà nella storia del cinema o, lentamente, cadrà nel dimenticatoio. Ciò è valido, a maggior ragione, per l’anno 2013, in cui nemmeno gli Oscars (andati in scena ad inizio marzo) sono stati in grado di decretare un vero e proprio vincitore: i riconoscimenti più importanti (miglior film, miglior cast, miglior sceneggiatura…), infatti, sono stati distruibuiti tra una mezza dozzina di pellicole, mentre l’opera che si è aggiudicata più statuette (Gravity, il thriller del messicano Cuarón ambientato nell’ISS) ha fatto, più che altro, incetta di premi prettamente “tecnici”.

Abbiamo quindi deciso (in un momento in cui è comunque opinione comune che gli Oscars, un tempo giudice autorevole e insindacabile del mondo cinematografico, tendano più che altro a “certificare” gli investimenti delle grandi case di produzione e i gusti del pubblico di massa) di concentrarci sull’opera premiata come Best Foreign Language Film, categoria che, negli anni, ha sempre premiato pellicole di grande qualità, lontane, sia nelle intenzioni che, soprattutto, nel budget, dai blockbuster hollywoodiani: La grande bellezza del regista italiano Paolo Sorrentino.

 

Un capolavoro o un film “furbo”?

Dalla presentazione ufficiale (al Cannes Film Festival dell’anno scorso), La grande bellezza ha piano piano ottenuto sempre più consenso di critica e pubblico, vincendo premi su premi (miglior film straniero ai BAFTA inglesi e ai Golden Globes, vincitore assoluto agli European Film Awards) e creando quel passaparola che è requisito fondamentale per ogni pellicola non-americana che voglia sfondare ad Hollywood. Curiosamente, però, l’entusiasmo riscontrato in giro per il mondo non è stato adeguatamente replicato in patria (se non dopo la vittoria dell’Oscar, grazie all’usanza tutta italiana del “salto sul carro del vincitore”): l’accoglienza di critica e pubblico, in Italia, è stata generalmente fredda, quando non esplicitamente negativa. Su ciò pesa, senza dubbio, la scomoda (ed estremamente riduttiva) etichetta di “nuova dolce vita”, affibbiata da subito al film. Ma c’è un’altra ragione, un’altra presenza che appare ancora più ingombrante degli echi felliniani: la città di Roma. Le lunghe sequenze sul panorama romano (quasi grandiose cartoline turistiche), infatti, hanno dato adito ad accuse secondo cui Sorrentino avrebbe fatto sì un buon film, ma anche un film “furbo”, costruito ad uopo per poter arrivare alla vittoria dell’Oscar.

La grande bellezza è quindi un grande film o un’operazione quasi commerciale? Per rispondere a questo interrogativo, ci pare inevitabile soffermarci su Roma e, in particolare, sul ruolo che essa assume nella pellicola.

 

La crisi esistenziale di un uomo

Per prima cosa, però, è necessario individuare le caratteristiche principali di quest’opera.

Il protagonista de La grande bellezza (perfettamente interpretato da Toni Servillo, già attore principale di tre dei cinque lungometraggi precedenti di Sorrentino), è Jep Gambardella, napoletano trapiantato da ragazzo a Roma, giornalista di costume che deve la sua fama all’unico (ma di successo) romanzo scritto in gioventù e, soprattutto, re indiscusso della mondanità romana (“Non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire”), organizzatore di leggendari party nella stupenda terrazza con vista Colosseo del suo appartamento. Jep è un uomo che conduce una vita all’insegna del piacere e dell’edonismo, una vita con lo sguardo esclusivamente rivolto al presente (“I nostri trenini sono i più belli di tutta Roma […] perchè non vanno da nessuna parte”).

La pellicola racconta (nella maniera visiva, antinarrativa e prettamente cinematografica che è cifra tipica della filmografia di Sorrentino) della crisi spirituale che coglie Jep all’indomani del suo sessantacinquesimo compleanno (“Chi sono io? Così iniziava un romanzo di Breton…”) e del percorso di autoanalisi che da ciò scaturisce. Per la prima volta, quindi, Jep è costretto a confrontarsi col futuro, con l’idea della morte (in questo, il “senso” ostinatamente ricercato da Jep è stretto parente di “rosebud”, la presenza enigmatica che aleggia in Citizen Kane di Orson Welles), e al contempo (a causa, soprattutto, della notizia inattesa della morte del suo primo amore di gioventù) a rivalutare il proprio passato. In questo viaggio, Jep è accompagnato di volta in volta da una serie di personaggi con forte carattere simbolico (la giornalista nana, l’artista pretenziosa e superficiale, l’intellettuale da salotto televisivo, le suore candide, la donna malata, l’amico romantico, il cardinale che ama la carne più dello spirito, il ragazzo suicida poichè non trova un senso, la santa…), il tutto in una Roma dagli echi vagamente danteschi, simile ad un girone infernale.

 

Roma non è stata costruita in America

L’Italia non portava a casa un Oscar così importante da 15 anni. Se si eccettuano i riconoscimenti più tecnici, pur numerosi, negli ultimi 25 anni l’Italia ha avuto, prima de La grande bellezza, altri tre successi hollywoodiani: Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore nel 1990 (curiosamente Sorrentino ha raccontato di aver scelto la carriera da regista proprio grazie a questo film), Mediterraneo di Salvatores nel 1992 e La vita è di bella di Benigni nel 1999. Cos’hanno in comune queste pellicole? La risposta è semplice: parlano di un’Italia che non esiste. O meglio, parlano di un’Italia che non esiste più, dell’Italia del Dopoguerra, l’Italia che gli Americani hanno conosciuto dapprima con i racconti dei soldati, poi proprio grazie al grande cinema neorealista italiano e di alcuni grandi registi italo-americani (Scorsese e Coppola su tutti).

Vi è capitato di vedere To Rome with Love di Woody Allen? Quella è esattamente la Roma che un americano si aspetta di vedere: arretrata, fortemente basata sui piaceri della vita (cibo, amore, musica…) e, soprattutto, osservata dal punto di vista del turista. Queste caratteristiche ritornano, com’è facilmente verificabile, anche ne La grande bellezza: una certa atmosfera d’altri tempi (Jep, in particolare, è personaggio di un’altra Italia), l’edonismo e l’effetto “cartolina”cui abbiamo più sopra accennato.

 

La decadenza dell’impero

I libri di storia ci raccontano di come la fine dell’Impero Romano sia stata contrassegnata da una generale e diffusa decadenza dei costumi, col dilagare di volgarità e superficialità. Questa stessa atmosfera aleggia anche ne La grande bellezza: la Roma di Sorrentino sembra molto Milano, con cui condivide una certa gretta superficialità, e sembra anche molto l’Italia contemporanea, che si trova in una situazione di decadenza morale come mai nel mondo moderno. L’Italia de La grande bellezza è l’Italia peggiore, l’Italia frutto del berlusconismo: scrittori che non scrivono, sacerdoti con aspirazioni da cuochi, chirurghi plastici con aspirazioni da sacerdoti, giornalisti nani, amanti di politici che si atteggiano ad intellettuali, nobili in affitto… Un’Italia che perde il confronto non solo con quella della grande Storia, dell’arte e della cultura, ma anche con quella, più grezza e genuina, del grande cinema italiano.

È forse proprio così che si spiega l’accoglienza tiepida che il film ha ricevuto in patria: può darsi sia troppo presto per mettere l’Italia, questa Italia, davanti allo specchio. A maggior ragione considerando che, spesso, chi scrive recensioni per i grandi giornali, o chi si trova a commentare film in televisione, fa proprio parte di quel mondo che Sorrentino ha rappresentato così cinicamente.

 

La città eterna

Abbiamo analizzato, più nel dettaglio, quali reazioni ha provocato, nella critica e nel pubblico, la presenza della città di Roma ne La grande bellezza. Ma, per rispondere al quesito iniziale (grande film o furbizia commerciale?), bisogna indagare su quale significato a livello narrativo/espressivo la città eterna rivesta nella pellicola.

Riesce, infine, Jep, a trovare il senso di tutto, la “grande bellezza”? La risposta è data dalla Santa, che si nutre solo di radici “perchè le radici sono importanti”. Per la Santa il senso risiede nelle origini; così come per Romano, l’amico fraterno di Jep ottimamente interpretato dall’attore Carlo Verdone, che lascia Roma e ritorna al paesino dell’infanzia; così come, infine, per Jep, la cui “grande bellezza” sta nel ricordo di Elisa, il suo primo grande amore.

Ma c’è un altro punto di vista, un significato più profondo del concetto di “grande bellezza”: ai tormenti di un individuo, che si trova per la prima volta a fare i conti con la propria caducità, si contrappone l’eterno; alla storia di un uomo si contrappone la Storia degli uomini. Ed è proprio la città di Roma, la città eterna, la città più ricca di reperti storici al mondo, ad impersonare questo aspetto. Non a caso, il film è letteralmente “incorniciato” da due lunghe sequenze su Roma: la prima, che introduce il film, si chiude con un turista asiatico che sviene, non riuscendo a reggere la potenza della sola vista del panorama romano; la seconda, che fa da sfondo ai titoli di coda, è un unico piano sequenza di Roma dal punto di vista del fiume Tevere. Queste due scene (con la collaborazione della fondamentale colonna sonora, anche diegetica con la presenza del coro) servono proprio ad accentuare il contrasto tra il tormento e il rumore, non solo letterale, della crisi di Jep, e la calma dell’eterno, di fronte a cui tutto scorre.

La scelta di ambientare la storia a Roma, e di dedicare molte inquadrature ad omaggiarne la grandiosità, quindi, è ben lontana da interessi di convenienza: Roma è la vera e propria coprotagonista de La grande bellezza. Una Roma che, al contrario di quella felliniana (che esisteva davvero, già “felliniana” prima che il grande regista la immortalasse), non esiste realmente, ma nasce dall’estro artistico di Sorrentino, per diventare perfetto contraltare di Jep Gambardella. A confezionare un film che passerà alla storia del cinema italiano, europeo e mondiale.

 

This article was originally published in Slovenian translation in Razpotja magazine issue 15 (spring 2014).

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