La virtù inaspettata dell’ignoranza


Francesco Condello

francesco-eco-katja pahorIl 10 giugno 2015, la Facoltà di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università degli Studi di Torino ha consegnato la Laurea Honoris Causa in Comunicazione e Cultura dei Media al notissimo intellettuale Umberto Eco. La cerimonia di conferimento, durante la quale il professore si è prestato a rispondere ad alcune domande di giornalisti e studenti, è diventata occasione di un acceso dibattito sul ruolo dei nuovi media e dell’informazione nella società contemporanea, e ha suscitato tale scalpore da monopolizzare i titoli dei giornali per i giorni seguenti.

La massa di imbecilli

È una frase, in particolare, ad aver attirato l’attenzione dell’opinione pubblica: internet, secondo Eco, ha dato voce ad una grande massa di imbecilli, di idioti, di ubriaconi da bar che, un tempo, sarebbero stati messi facilmente a tacere dagli altri avventori ma che oggi, proprio a causa di internet, hanno la stessa possibilità di parola di uno scienziato o un premio Nobel. Ovviamente, queste fortissime affermazioni sono state accompagnate da interessanti argomentazioni (non riportate o riportate superficialmente – come volevasi dimostrare – dalla stampa), che proviamo a riassumere nelle prossime righe.

Il problema principale, secondo Eco (che pur riconosce ad internet caratteristiche molto positive, dovute soprattutto alla circolazione delle informazioni, più ampia, rapida ed orizzontale), è legato al modo con cui le informazioni vengono filtrate sul World Wide Web, e alle due istituzioni che dovrebbero prendersi carico di questo aspetto: l’Informazione e la Scuola. Gli insegnanti dovrebbero invogliare gli studenti a consultare internet, o addirittura a copiare da internet per gli esami, purchè siano obbligati a consultare fonti diverse (“almeno 10 siti diversi”); mentre i giornalisti, che sempre si lamentano di come il web li stia portando all’estinzione, dovrebbero dedicare quotidianamente spazio all’analisi critica dei contenuti online. Ciò non avviene, sempre secondo lo scrittore, perchè i professori sono a loro volta (più dei loro studenti) neofiti dello strumento, e sono totalmente impreparati ad adempiere a questo dovere; ciò è valido anche per i giornalisti, che hanno in più l’aggravante di voler competere con internet cercando il traffico, i click, il guadagno a discapito del servizio (il content marketing, aggiungiamo noi, è da questo punto di vista la vera e propria morte del giornalismo per come lo conosciamo).

Per di più, continua il professore, è la stessa comunicazione di massa, come ogni processo, a presentare sia lati positivi da apprezzare, che lati negativi di cui è necessario essere coscienti. Secondo Eco, infatti, in un gruppo di oltre cinquanta persone (“ma possono essere anche una sessantina, non è questo il punto…”) a parlare sono solo i matti, perchè i savi generalmente hanno pudore, si contengono, mentre i matti non hanno freni, si lanciano indipendentemente da ciò che hanno da dire. Inoltre, sono gli stessi mass media ad avere col tempo accentuato queste storture: la TV, in origine, tendeva a rappresentare cio che era uguale allo spettatore, che così poteva identificarsi e, in ultima istanza, sentire una sorta di appartenenza; oggigiorno, la TV mostra invece ciò che è peggio della realtà (si pensi al proliferare dei reality show), esaltando la figura dello scemo del villaggio, verso cui lo spettatore prova distacco e superiorità. Il problema dello scemo del villaggio come portatore di verità, che con internet arriva al suo apice, ha, in ultima analisi, un devastante effetto: le masse di imbecilli che popolano internet creano un forte scetticismo generalizzato, quasi nichilista, che rafforza ancora maggiormente le difficoltà che abbiamo visto relative alla circolazione delle informazioni.

Un www diverso è possibile?

Riassumendo, quindi, Eco individua due problemi principali, strettamente correlati tra loro: come selezionare le fonti e come filtrare le informazioni. Su questo punto, senza ombra di dubbio, la sua analisi è decisamente corretta, seppur lucida e spietata, sia nell’individuare il problema che nel proporre le soluzioni. Eco, però, aggiunge una nota di pessimismo: parte del problema, infatti, pare insolubile, poichè causato da storture che sono insite nella natura stessa del medium e, più in generale, del processo comunicativo. Cerchiamo di capire se questo catastrofismo è condivisibile e giustificato.

Il World Wide Web, per come lo conosciamo oggi, è nato materialmente tra il 1980 e il 1990, grazie al lavoro svolto al CERN dall’informatico inglese Tim Berners-Lee; ma per quanto riguarda lo sviluppo, almeno a livello concettuale, ha una storia che risale fino ad inizio secolo.

Negli anni Trenta, l’ingegnere americano del MIT Vannevar Bush ideò Memex, macchina pensata come una sorta di estensione della memoria personale. Ogni individuo carica su Memex i propri libri, il proprio archivio, le proprie comunicazioni personali; tutti questi documenti sono consultabili rapidamente da postazioni individuali (simili, concettualmente, ai moderni personal computer) e sono collegati tra loro da collegamenti stabili (come avviene nel www). Nell’idea di Memex, il lascito principale dell’individuo non è nel contenuto in sè, ma nel percorso che tale individuo compie nella rete dei contenuti, nei nodi che “tocca” durante la sua vita.

Negli anni Sessanta, quindi, l’americano Ted Nelson, giovane ricercatore ad Harvard, dà vita a Project Xanadu, considerato il primo vero e proprio progetto di ipertesto. Per Nelson, sempre molto critico verso il moderno www, che a suo dire non è che un’imitazione dei pre-esistenti supporti cartacei, l’ipertesto è l’esaltazione della scrittura non consequenziale, un documento che può essere formato da parti di altri documenti, immediatamente rintracciabili, identificabili ed utilizzabili; è il mezzo che permette al lettore di scegliere il proprio originale percorso a partire da un’informazione. Anche Xanadu, che ha avuto una genesi travagliata ed è stato reso disponibile al pubblico solo negli ultimi anni, sposta il focus dal contenuto al collegamento, facilitando ed esaltando il percorso del singolo, più che i singoli contenuti.

Le prime formalizzazioni concettuali del World Wide Web, quindi, hanno caratteristiche molto diverse da ciò a cui siamo abituati: si tratta essenzialmente di una nuova idea di letteratura, pensata come supporto collettivo per l’umanità; le fonti originarie di ogni documento sono sempre rintracciabili, identificabili ed utilizzabili; la struttura da vero ipertesto spinge e agevola l’utente a confrontare diverse fonti; il focus è molto più sulla connessione che sul contenuto, sul percorso del singolo che non sul singolo in sè.

Questo breve excursus storico sembra indicarci che i problemi dovuti a selezione e filtraggio delle informazioni non sono in realtà insiti in questo medium, ma sono diretta conseguenza del contesto in cui il World Wide Web per come lo conosciamo si è sviluppato: al giorno d’oggi, infatti, i siti di informazione, i motori di ricerca, i portali etc sono tutti gestiti da aziende private, che agiscono non come servizio ma all’interno del mercato. In quest’ottica, la verifica delle fonti, la struttura ad ipertesto, la qualità dell’informazione non solo non sono redditizie, ma addirittura controproducenti: se l’obiettivo è il traffico, il click, invitare il lettore a consultare una fonte equivale ad allontanare un cliente dal proprio negozio e spingerlo dalla concorrenza. Parallelamente, inoltre, progetti come i vari servizi Wiki o l’estesa comunità Open Source, indeboliscono ulteriormente le considerazioni di Eco: nonostante la situazione descritta, parte del World Wide Web si muove comunque verso la partecipazione, la consapevolezza, la condivisione, con l’obiettivo di portare ad una crescita intellettuale collettiva e condivisa. Certo, la responsabilità della selezione e del filtraggio di fonti e informazioni pende decisamente sul singolo individuo, ma è sbagliato sostenere che internet, per natura, non fornisca gli strumenti per risolvere questo problema.

Siamo tutti matti

E le storture del processo comunicativo di massa? È proprio vero che i matti, gli scemi del villaggio inviduati da Eco, disturbano la comunicazione su larga scala rendendola vana?

Quello cui Eco si riferisce è ben definito, quasi istituzionalizzato, nel mondo di internet dal concetto di trolling. Il troll è quel soggetto che interagisce con gli altri tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso, con l’obiettivo di disturbare la comunicazione e fomentare gli animi (per questo è talvolta indicato come flamer). Basta andare su qualunque social network, forum, sito di notizie, portale etc che abbia una propria community di utenti, per riscontrare come almeno metà degli interventi possa rientrare sotto questa categoria. Spesso, le discussioni trollate muoiono, dando ragione all’allarmismo di Eco. Altre volte, però, l’intervento del troll ha risultato opposto: arricchisce la discussione, forzando gli altri utenti ad argomentare e motivare (che su internet equivale a scelta e selezione delle informazioni tra le fonti), portando in conclusione all’incremento della conoscenza, sia condivisa che individuale. Un esempio di questo processo è l’enciclopedia condivisa online Wikipedia: ogni modifica ad una voce dell’enciclopedia, anche la più gratuita, immotivata e fuori tema, viene vagliata e corretta da altri utenti, portando, dopo ogni correzione, un arricchimento della voce modificata; si pensi anche a come i moltissimi complottisti online (che hanno comportamenti simili ai troll, e di sicuro spesso agiscono come i matti di Eco) abbiano portato alla creazione di enormi comunità di debunker, il cui continuo lavoro di fact-checking soddisfa, in sostanza, la necessità di analisi critica dei contenuti web.

Tutti questi processi, dal trolling ai social network a Wikipedia, sono favoriti dall’attitudine anarchica che il misto di virtualità e anonimità di internet porta con sè: ogni informazione prescinde dall’autore, ed ha valore solo come nodo di una rete; inoltre, se è vero che i savi hanno pudore ad intervenire nelle comunicazioni di massa, è pur vero che, svincolando le opinioni dall’autore, internet fa in sostanza emergere il matto che si annida in ogni savio, favorendo la partecipazione di tutti gli utenti al processo di condivisione e creazione di informazioni. Quello che viene a crearsi, in fondo, è una sorta di feedback loop causato in maniera anarchica dalla totalità degli individui, dai matti come dai savi. Dividere internet in utenti “utili” e utenti “inutili”, come fa Eco, o rivendicare paternità individuale di un’opinione è, al giorno d’oggi, completamente anacronistico.

L’era dell’ignoranza

Nel film Birdman or The unexpected virtue of ignorance, del regista messicano Alejandro González Iñárritu, il protagonista Riggan Thomson è un attore decaduto, una celebrità che tenta disperatamente di allontanarsi dalla figura del supereroe interpretato vent’anni prima, cui deve la fama. Per fare ciò, decide di scrivere, dirigere ed interpretare un dramma teatrale a Broadway ispirato ad un racconto di Raymond Carver. Alla fine (SPOILER ALERT, ma se non avete visto il film correte a farlo al più presto!) riuscirà nel suo intento, non grazie alle sue capacità artistiche, ma grazie ad un atto decisamente insano sul palco la notte del debutto, che lo farà diventare una celebrità online. Proprio questo gesto sconsiderato spinge uno dei personaggi del film, una spietata giornalista cinematografica che aveva promesso a Thomson una feroce stroncatura, ad esaltare lo spettacolo con una recensione molto positiva, il cui titolo, utilizzato da Iñárritu come sottotitolo del film stesso, aggiunge al nostro discorso una nuova chiave di lettura: The unexpected virtue of ignorance.

Birdman ci porta quindi ad un ultimo aspetto, che Eco, forse anche per problemi anagrafici, non prende in considerazione: internet è, al giorno d’oggi, un vero e proprio luogo, abitato da persone, con regolamento interno, linguaggio, slang, celebrità, gerarchie… e soprattutto canoni estetici. Provate a cercare quali sono i video non musicali più visti di YouTube, o a fare un giro su 4chan, o cercate il regolamento di internet (sì, ce n’è uno “ufficiale”), o fate un giro su KnowYourMeme… il risultato sarà sempre lo stesso: la maggior parte dei contenuti più popolari saranno decisamente brutti (quasi disturbanti) o frutto di estrema ignoranza (anche ironica e voluta). La sfera estetica del bello, su internet, comprende anche il brutto e non esiste senza di esso: l’ignoranza, quindi, non solo non rende necessariamente vana la comunicazione di massa online, ma ne è, in ultima analisi, parte integrante fondamentale.

Le critiche di Eco, per quanto motivate e parzialmente veritiere, sono però le parole di un uomo nato, formato e cresciuto nell’ancien régime della comunicazione di massa, e che dà voce alle critiche che i cambi di medium dominante portano da sempre con sè: dall’introduzione della scrittura, all’avvento della fotografia e del cinema, alla diffusione della televisione, fino ai nuovi media contemporanei… ci saranno sempre sacche di resistenza che sosterranno che l’umanità sta perdendo qualcosa di importante, quando in realtà sono proprio loro a non riuscire ad afferrare appieno lo spirito del tempo.

Prispevek je bil prvotno objavljen v 20. številki Razpotij (poletje 2015).

Ilustracija: Katja Pahor