Natale: da condivisione a consumo


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Francesco Condello

Ogni anno, dalla fine dell’estate, la nostra vita quotidiana è invasa da un vero e proprio bombardamento di immagini natalizie, in una continua escalation che culmina con la fatidica data del 25 dicembre. Panettoni e pandori, l’albero con contorno di palline e addobbi, pomeriggi di interminabile shopping, calze e camini, presepi e mercatini, pranzi e cene e brindisi, Santa Claus che promuove Coca Cola e telefonini, Barbie per lei e Lego per lui, Miracle on 34th street alla televisione e Last Christmas alla radio, cestini e pacchetti e idee regalo.. per dirci che per un giorno dobbiamo tutti essere più buoni. E che essere buoni significa, in soldoni, spendere spendere spendere per regali regali regali.

Per chi ha meno di sette anni, però, Natale è soprattutto altro: da bambini, infatti, si crede davvero che un omone vestito di rosso con la barba lunga bianca parta ogni anno dal Polo Nord e, con una slitta trainata da renne volanti, porti regali ai bambini buoni (ovviamente noi sempre compresi) di tutto il mondo. Una dolce e divertente bugia che la nostra società costruisce interamente su misura dei bambini e che i bambini, secondo una simbologia ormai universalmente condivisa, devono svelare come fondamentale step di maturazione. Non si è più bambini, quindi, da quando non si crede più a Santa Claus, da quando, per la prima volta, ci si chiede: chi è Santa Claus?

Prima di porci nuovamente, e con sguardo adulto, la stessa domanda, è necessario però indagare più a fondo sul concetto stesso del Natale, e in particolare sul ruolo che, nel corso della storia, questa festività ha rivestito nella nostra organizzazione sociale, fino all’odierna società dei consumi.

 

Gli antenati del Natale: Saturnalia e festeggiamenti invernali

Dicembre, per la storia dell’uomo, è sempre stato un periodo di festività importanti, legate al solstizio d’inverno e alla fine del raccolto. Gli antichi Romani celebravano infatti i Saturnalia, una festa di una settimana dedicata a Saturno, dio dell’agricoltura e dei raccolti. Durante i festeggiamenti si beveva e si mangiava a profusione e anche agli schiavi era concesso un periodo di riposo. Stravolgendo i rapporti sociali, per quella settimana i padroni condividevano le loro ricchezze con gli schiavi e li servivano e, per conquistare la benevolenza degli dei, elargivano doni ai bambini (che, è bene ricordarlo, erano considerati alla stregua degli schiavi, all’interno dell’ordine familiare).

Allargando lo sguardo all’intera storia europea premoderna e considerando che supermercati e frigoriferi non esistevano ancora, risulta chiaro come per secoli dicembre sia stato l’unico mese in cui carne fresca, prodotti del raccolto, birra e vino si trovavano in gran quantità. A questo bisogna aggiungere che nello stesso periodo si fermavano i lavori nei campi e, di conseguenza, i giorni invernali erano l’unico momento di svago dell’anno.

Il Natale arcaico si delinea quindi come una forma di Carnevale in cui l’abbondanza veniva celebrata lasciandosi andare agli eccessi, quasi in un sistema di caos controllato: elevato consumo di cibo e alcol, trasgressioni sessuali e anche una forma aggressiva di elemosina in cui i poveri esigevano doni dai ricchi. Tale disordine non minacciava l’autorità: i padroni ricevevano in cambio dai poveri la benevolenza e il rispetto; i poveri ottenevano una valvola di sfogo fondamentale per mantenere la pace sociale.

 

Cristiani vs pagani, ricchi vs poveri: clash Christmas

Nella tradizione cristiana, derivante dai vangeli secondo Luca e Matteo, il Natale è la celebrazione della nascita di Gesù a Betlemme. Dobbiamo quindi credere che Gesù sia nato il 25 dicembre dell’anno zero? Ovviamente no: è infatti dal quarto secolo che la Chiesa Cattolica ha deciso di celebrare questa ricorrenza e, con un abile compromesso che noi oggi chiameremmo strategia di marketing, la nascita del bambin Gesù è stata collocata in dicembre, accorpata alle festività che già erano, nella tradizione, maggiormente celebrate.

Alla luce delle caratteristiche analizzate nel paragrafo precedente, è facile immaginare quanto difficile sia stata la coesistenza del Natale pagano e di quello cristiano. I culti tradizionali vennero infatti a lungo osteggiati dalla Chiesa, che arrivò a proibire, ad esempio, l’uso dei sempreverdi nelle celebrazioni (sì, avete capito bene, era vietato l’albero di Natale!). Nel 1647 Cromwell spinse il parlamento inglese a dichiarare addirittura le festività illegali in quanto, secondo la Chiesa riformista, il Natale esaltava la cattiva condotta ed era fonte di corruzione.

La religione, però, non riuscì a smorzare lo sguaiato spirito popolare di questa festività. Anche i puritani americani soppressero e proibirono il Natale, ma questo ebbe come conseguenza una radicalizzazione delle celebrazioni, in cui spesso i lavoratori di bassa estrazione sociale circondavano le case dei padroni esigendo doni (cibo e vino), in una specie di poco innocente e molto minaccioso Trick or treat?.

Con l’avvento del capitalismo moderno, questa festività, che, come abbiamo visto, sempre si era mantenuta ai limiti della legalità, degenerò diventando teatro dello scontro di classe. I ricchi vivevano nelle loro case lussuose e spesso il Natale degenerava in disordini e attacchi alla proprietà, tanto che nel 1828, proprio in risposta ad una ennesima rivolta natalizia, a New York nacque la prima forza di polizia moderna.

 

Santa Claus is coming to town

Come è possibile, viene da chiedersi, che in più o meno un secolo la percezione del Natale sia stata così stravolta? Per rispondere a questa domanda entra quindi in gioco la star principale di questa festività per come noi la viviamo oggi, ed è quindi il momento di chiedersi ciò che avevamo lasciato in sospeso qualche riga più in su: chi è Santa Claus?

Tutte le versioni moderne di Santa Claus derivano probabilmente da un unico personaggio storico: san Nicola di Myra, un vescovo cristiano del IV secolo che esortò i parroci della sua diocesi a diffondere il cristianesimo nei periodi in cui era difficile, a causa del freddo invernale, recarsi in chiesa. Questi parroci andavano, quindi, a bordo di una slitta trainata da cani a portare un dono per ciascun bambino, cogliendo l’occasione per spiegare chi fosse Gesù Cristo e cosa avesse fatto per l’umanità.

La leggenda di san Nicola fa da base alla festa olandese di Sinterklaas, personaggio fantastico che vola con un cavallo sopra i tetti per consegnare i doni ai bambini. Il nome di Santa Claus ha diretta origine da Sinterklaas.

Oltre a queste rappresentazioni leggendarie premoderne portatrici di doni, la figura di Santa Claus deriva anche da un personaggio britannico del XVII secolo: barbuto e corpulento, vestito di verde dalla testa ai piedi, è lo Spirito della bontà del Natale, immortalato da Dickens come Spirito del Natale Presente nel suo A Christmas Carol.

Ci siamo fatti un’idea dell’origine di questo mito, quindi, ma quando Santa Claus è entrato così prepotentemente nel nostro immaginario? Per rispondere, è necessario introdurre la figura di Clement Clark Moore.

 

Un nuovo Natale

Abbiamo visto come il capitalismo nascente avesse bisogno di una nuova concezione del Natale, che diminuisse la conflittualità sociale per diventare più adeguato alle elites economiche. Se da un lato si intervenne col bastone, cercando di reprimere le proteste (chiedere l’elemosina divenne illegale e nacquero, come abbiamo visto, le prime forze di polizia moderne), dall’altro lato tra il 1810 e il 1830 avvenne la nascita di una nuova tradizione, ad opera di un ristretto circolo di newyorkesi conservatori e benestanti, di cui faceva parte, appunto, Clement Clark Moore. Moore scrisse nel 1823 T’was the night before Christmas, una poesia che tutti i bambini americani conoscono a memoria e che ha contribuito in maniera fondamentale al passaggio da San Nicola a Santa Claus, imprimendo nell’immaginario collettivo una nuova tradizione natalizia con al centro questa figura fantastica e mitica. Il nuovo Natale si festeggia in casa, e non prevede l’apertura delle porte delle proprie abitazioni da parte dei ricchi; il vecchio schema, in cui chi ha potere elargisce regali ha chi non ce l’ha, viene riproposto non più a livello sociale ma su scala familiare. Quando poi, in epoca Vittoriana, si decide di introdurre l’albero nei salotti, il Natale si è completamente trasformato in una festività ordinata, disciplinata e rispettabile, il cui centro sono i bambini.

 

Jingle all the way

Per Pier Paolo Pasolini, la nuova società dei consumi è riuscita, attraverso nuovi strumenti, dove il fascismo e tutti i sistemi autoritari in senso stretto hanno fallito: nella creazione di un nuovo modello umano.

La necessità di acquistare e spendere, propria della società consumista, nasce proprio con questa nuova concezione del Natale: non avrebbe avuto senso, infatti, dare ai propri figli, che già nella vita di tutti i giorni mangiavano il cibo migliore, le stesse cose che si davano ai poveri. Da qui la necessità di acquistare e spendere per generi di lusso, che non è altro che l’essenza stessa del Natale per come lo conosciamo noi: regalare qualcosa di speciale, superfluo e spesso non necessario.

Non è un caso, inoltre, che il Natale sia subìto dai bambini, principali vittime della propaganda consumista, e spesso esaltato dagli stessi strumenti che sono veicolo di questa propaganda: la televisione (pubblicità e riferimenti continui), la musica (si pensi agli EP di Natale dei Beatles o di Elvis) e il cinema (esiste un vero proprio genere natalizio, e molti film sono pensati per uscire nelle sale sotto Natale) hanno infatti in maniera decisiva continuato il lavoro iniziato da Moore e dalla borghesia Newyorkese, ed oggi si può oggettivamente dire che la tradizione natalizia sia la culla del consumismo, e uno dei suoi cavalli di battaglia.

 

Un Natale diverso è possibile?

Per essere etici, non bisogna più festeggiare il Natale, quindi? Senza arrivare a souzioni così drastiche, è utile tenere in mente che il consumismo si è a tal punto affermato nella nostra società perché noi con le nostre azioni abbiamo contribuito a nutrirlo e a farlo crescere. E lo stesso dicasi per il Natale.

Siamo noi gli artefici delle nostre azioni, e sta a noi e alle nostre famiglie dare fondamento etico a questa festività e più in generale alle nostre vite. Forse questo articolo potrà esservi da ispirazione per concentrarvi su quegli aspetti del Natale che non fanno parte della tradizione consumista: pensate a chi ha meno di voi, non accettate che qualcuno abbia più di voi. E, soprattutto, mangiate e bevete, tanto e bene. Buon Natale.

 

This article was originally published in Slovenian translation in Razpotja magazine issue 6 (winter 2011).

Foto: Wikimedia

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