Salute: un problema etico


6503004293_8939a8a8da_zFrancesco Condello

Nella tradizione, la salute era intesa come semplice stato fisico e biologico di assenza di malattia; morte, nascita e vita stessa erano viste come frutto di processi naturali inesorabili e imprevedibili. L’evoluzione del sapere scientifico – e la conseguente moltiplicazione delle possibilità di intervento in campo biomedico – ha, però, portato questo concetto ad ampliarsi. Nella propria Costituzione, infatti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) definisce la salute come stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non come semplice assenza di malattia.

Questo cambio di paradigma, porta con sè degli interrogativi: data l’utopistica vaghezza del termine benessere, quali sono gli aspetti che il diritto alla salute deve garantire? Quali sono i confini di questo diritto? Considerando nascita e morte come gli esempi più lampanti, è chiaro che gli eventi biologici sono sempre più frutto di scelte (individuali o collettive): come regolarsi di fronte a questi dilemmi?

 

La salute è un diritto?

È opinione comune che uno dei compiti principali di una comunità sia quello di garantire la salute di tutti coloro che ne fanno parte. In particolare nelle democrazie occidentali – il cui presupposto, almeno in teoria, è di porre tutti i cittadini come uguali di fronte allo Stato – la tutela sanitaria è spesso vista come uno dei parametri fondamentali del corretto funzionamento della nazione stessa. Gli Stati Uniti, ad esempio, sono spesso criticati per il loro sistema sanitario, considerato uno degli aspetti meno funzionanti della loro democrazia.

Siamo però sicuri che questo ragionamento non sia condizionato da una sorta di ipocondria di fondo? Se, infatti, noi tutti sorridiamo con sufficienza di fronte alla eccessiva attenzione che l’ipocondriaco dedica alla salute, come possiamo pretendere che lo Stato – che deve anche provvedere a educazione, cultura, giustizia, difesa, infrastrutture, divertimento, pensione… – abbia come priorità la tutela della salute? Un’eccessiva attenzione non equivarrebbe ad una, appunto, ipocondria collettiva?

Quando si parla di diritto, ci si richiama a ciò che è giusto, differenziandolo da ciò che è utile: richiedere il rispetto di un diritto non significa quindi cercare un favore ma pretendere ciò che si considera dovuto.

Un diritto può essere condizionato, quando dipende da precedenti accordi tra due parti, o universale, quando prescinde da accordi ed è proprio di ciascuno in quanto essere umano. Per intenderci, il rispetto di un contratto è un diritto condizionato; la libertà è un diritto universale.

I diritti si dividono anche in positivi e negativi, ovvero che impongono, rispettivamente, il dovere di fare o non fare qualcosa. La libertà di religione è un diritto negativo, in quanto vieta di interferire su una scelta individuale; il diritto allo studio è invece positivo, poiché obbliga a costruire scuole e infrastrutture per permettere ai cittadini di accedere agli studi.

Infine, i diritti si dividono in morali o giuridici, ovvero che dipendono da una norma di tipo etico o giuridico. Non essendo ben chiaro come il diritto alla salute possa essere affermato sul piano giuridico, considereremo, in questo articolo, il diritto alla salute come diritto morale.

Chi sostiene il diritto alla salute, lo considera un diritto universale, proprio di tutti gli uomini in quanto tali, e positivo, poiché obbliga la comunità ad agire per preservare la salute degli individui. Queste persone hanno una visione, quindi, di tipo egualitarista: ogni persona ha diritto alla salute – così come al voto, alla giustizia, all’istruzione – perchè fondamentalmente siamo tutti da considerare uguali di fronte allo Stato.

A questa visione si contrappone il cosiddetto libertarismo, secondo cui dignità e autonomia dell’individuo portano il diritto di controllare e possedere tutto ciò che si può acquisire attraverso scambi volontari. Se sono contro l’aborto, ad esempio, è mio diritto non finanziare con i miei soldi l’aborto di altre persone e, viceversa, se sono favorevole, è mio diritto non finanziare la gravidanza di altri. Il libertarismo equipara la salute ad una proprietà e, secondo questa visione, ogni intromissione pubblica è una grave violazione della libertà individuale.

Abbiamo quindi due visioni opposte e apparentemente inconciliabili: l’egualitarismo, che riconosce il diritto alla salute come fondamentale; il libertarismo, che addirittura, in nome della libertà, lo nega. Tra le due opzioni, gli stati moderni hanno optato per la proverbiale via di mezzo: decisa una gerarchia degli interventi in ambito sanitario, i più urgenti sono garantiti dallo Stato, mentre ciò che è considerato meno importante va appannaggio dell’individuo. Questo si traduce, nella pratica, con la ricerca di continuo bilanciamento, per quanto riguarda le infrastrutture sanitarie, tra pubblico e privato. Come possiamo determinare, però, questa gerarchia?

Secondo la nuova concezione di salute, inoltre, il diritto alla salute deve garantire, come abbiamo visto, il benessere fisico psichico e sociale, ovvero quelle normali opportunità necessarie per avere una vita significativa e per esercitare la propria autonomia. Prendiamo come esempio la somministrazione di ormone della crescita per bambini che, altrimenti, resterebbero bassi: secondo la visione tradizionale, essere bassi è una condizione naturale, non una malattia, e la cura non è che una mera opzione; secondo il nuovo paradigma, invece, l’essere bassi preclude quelle condizioni di normalità necessarie per la dignità dell’individuo, e la cura soddisfa quindi un bisogno fondamentale. Cosa si intende, quindi, per condizioni normali? E, considerando che le risorse delle Nazioni non sono illimitate, quali condizioni devono interessare il diritto alla salute?

Per rispondere a queste domande, e per regolare tutte le scelte che riguardano gli eventi biologici, entra in gioco l’etica.

 

Cos’è l’etica?

Per etica o morale si intende quell’insieme di atteggiamenti e sentimenti che l’individuo ha interiorizzato e che considera razionalmente giustificati (perché coerenti o sostenuti dalle migliori conoscenze possibili). Questa definizione coglie due aspetti centrali dell’etica: una componente emotiva o sentimentale, che fa somigliare le norme morali a dei tabù; una seconda componente che, invece, presupponendo che i sentimenti morali siano razionalmente giustificati, li diversifica dai tabù.

Questi due aspetti distinguono due diverse tipologie di etica: da un lato l’etica di senso comune, diffusa nella società, costituita da tutte quelle opinioni ricevute e accettate senza vaglio critico e razionale (in particolare quelle convinzioni maturate nell’infanzia), che ha la funzione di lingua madre morale; dall’altro lato, nel momento in cui l’individuo cerca di oltrepassare l’etica di senso comune cercando una giustificazione razionale a sostegno dell’opinione, l’etica critica.

In che modo si può giustificare un’opinione? Prendiamo ad esempio la favola di Esopo Al lupo! Al lupo!: un pastore deve sorvegliare le pecore del villaggio e si diverte a urlare Al lupo! Al lupo! in modo da svegliare per scherzo tutto il villaggio; quando il lupo arriva davvero, il pastore non viene creduto e il lupo mangia lui e le pecore. Di fronte a questa storia, abbiamo due possibili approcci: non si deve mentire perchè è sbagliato, che equivale a dire che non si deve mentire perché non si deve mentire; oppure non si deve mentire perché le conseguenze di una menzogna possono essere molto gravi. Il primo approccio è detto deontologico, il secondo consequenzialista. Per il deontologo divieti e valori valgono di per sé, ex ante, mentre per il consequenzialista la giustizia di un’azione dipende da considerazioni successive all’azione, ex post.

Il consequenzialista cerca quindi di massimizzare le conseguenze in nome del benessere. Una domanda nasce però spontanea: di chi è il benessere che viene considerato? La risposta individua due diverse versioni del consequenzialismo: l’utilitarista metterà a fuoco il benessere del maggior numero di individui; l’egoista considererà giusta un’azione che ha conseguenze positive solo per se stesso. Per l’egoista vale quindi la massima ”Ama il prossimo tuo come te stesso” (come, non di più o di meno), mentre l’utilitarista sarà pronto a sacrifici (anche eccessivi) in nome della collettività.

L’etica deontologica, invece, considera l’esistenza di divieti e valori morali assoluti, ovvero che non ammettono alcuna eccezione per alcuna ragione. In questa linea, Kant ha affermato che la caratteristica specifica dell’imperativo morale è la sua categoricità: non si deve mentire mai, nè mai violare una promessa. Allo stesso modo il Cattolicesimo prevede atti intrinsecamente malvagi, come l’aborto, la contraccezione, l’omosessualità, il cui divieto assoluto vale semper et pro semper (sempre e per sempre).

Il filosofo Sidgwick ha tuttavia mostrato che, a volte, divieti dell’etica deontologica che sembrano assoluti ammettono, in realtà, eccezioni in situazioni limite, quando un altro valore più forte viene messo in discussione (si pensi allo scontro tra divieto di uccidere e diritto alla legittima difesa o, in un caso ancora più estremo, al divieto di incesto in una situazione di estinzione della razza umana con due fratelli unici superstiti). In questo caso si parla di divieti prima facie, cioè assoluti a prima vista. L’etica deontologica con i soli doveri prima facie è più flessibile e assomiglia all’etica consequenzialista più di quanto non appaia: non si considera il solo calcolo delle conseguenze ma nemmeno si può prescindere da esso.

 

La bioetica

La disciplina che studia il problema delle scelte morali in questioni che riguardano la vita biologica – compresi tutti gli interrogativi che abbiamo lasciato in sospeso nel corso di questo articolo – si chiama bioetica. La bioetica si propone di allargare ulteriormente il campo di riflessione: non si prevede più una scelta tra una morale deontologica e una consequenzialista, ma tra etica della sacralità della vita (l’approccio deontologico con divieti/valori assoluti) e etica della qualità della vita (un mix tra l’approccio deontologico con divieti/valori prima facie e i due approcci consequenzialisti).

L’etica della sacralità della vita, professata per lo più da studiosi religiosi (in particolare cattolici) considera la vita umana un bene assoluto, inviolabile e intoccabile, da difendere incondizionatamente. Secondo questa visione, la vita umana, in quanto dono massimo di Dio all’uomo, sta al di sopra del volere dei singoli individui e ogni intervento su di essa equivale a violare la sacralità, appunto, di questo dono. Il compito dei medici è, quindi, esclusivamente di intervenire in caso di malattia, per ristabilire l’ordine naturale (voluto da Dio): aborto, clonazione, eutanasia, sperimentazione sugli embrioni, fecondazione artificiale non sono perciò permessi. Per l’etica della sacralità della vita, la bioetica è da intendersi come frontiera etica, ovvero come riflessione sui limiti da imporre a scienza e tecnologia.

L’etica della qualità della vita, al contrario, non si richiama ad un valore assoluto ma si fonda sulla ragione umana, che deve determinare quei criteri di utilità o qualità cui fare riferimento: ogni valore morale è dipendente dalla volontà umana e può, quindi, ammettere almeno un’eccezione. Secondo questa visione, le norme morali sono sempre frutto di una determinata cultura e epoca storica, e sono valide ed efficaci solo quando garantiscono un soddisfacente livello di qualità della vita. Considerare la qualità della vita invece che la sacralità non equivale, come spesso sostenuto e ferocemente condannato dalla Chiesa Cattolica per mezzo delle encicliche dei Pontefici, al relativismo etico in cui tutto è soggettivo: l’etica della qualità della vita implica un criterio di razionalità che, per definizione, fa riferimento ad una giustificazione universale delle proprie opinioni. Incoraggiando il pluralismo etico, l’etica della qualità della vita si propone perciò di trovare, di volta in volta, la migliore soluzione possibile.

Queste due visioni portano a soluzioni contrapposte di problemi di bioetica, influenzando spesso la promulgazione di leggi in campo biomedico: in Italia, Spagna o Stati Uniti, in cui la Chiesa Cattolica è molto influente, l’etica della sacralità della vita è più sentita rispetto a Nazioni più laiche come, ad esempio, la Gran Bretagna e i paesi Scandinavi, dove spesso prevale l’etica della qualità della vita.

In conclusione, la salute dell’individuo può essere garantita solamente da uno Stato sano, che può essere tale solo grazie al contributo di cittadini sani. Quando ci si trova ad affrontare un problema etico (si tratti di definire il benessere legato al concetto di salute, stabilire la gerarchie di intervento in campo biomedico o regolarsi sulle scelte individuali), è opportuno quindi cercare di giustificare la propria opinione (qualunque essa sia) in maniera critica, stabilendo se esistano divieti o valori assoluti – ovvero divieti e valori che non ammettono, in nessuna situazione, eccezioni – e, in base a questo, regolarsi. Solo in questo modo è possibile quella crescita morale – dell’individuo e, di conseguenza, della collettività – che è presupposto di uno Stato sano, idoneo perciò a tutelare la salute dei propri cittadini.

 

Photo: Robert Couse-Baker / Flickr

This article was originally published in Slovenian translation in Razpotja magazine issue 7 (spring 2012).

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