“Spero che Trieste diventi meno complicata restando complessa.”


Screen Shot 2015-02-05 at 04.16.11intervista con Patrick Karlsen
di Luka Lisjak Gabrijelčič

Ormai sono passati più di sei mesi da quando sei stato eletto nel Consiglio Comunale di Trieste? Quali sono le tue prime esperienze nel mondo della politica locale?

La principale esperienza che ho fatto è che, se lo si vuole svolgere bene, l’impegno del consigliere comunale è piuttosto intenso, ben di più di quanto immaginassi prima di iniziare. Tra documentazione, preparazione e partecipazione alle attività consiliari è praticamente un lavoro part-time. Cerco di concentrarmi sui campi delle politiche culturali e giovanili, e di dare il mio contributo per quanto riguarda le esigenze del rione in cui vivo, Cittavecchia. La faziosità e l’eccessiva verbosità mi sembrano i limiti principali del modo in cui si fa politica oggi, non solo a livello locale.

Che cosa ha spinto un giovane intellettuale come te – storico, poeta, scrittore – ad impegnarsi un modo così diretto in quella che viene spesso percepita come la “noiosa politica di tutti i giorni”?
Mi ha spinto il senso di emergenza rispetto alla situazione politica ed economica del Paese e della città, la volontà di rimboccarmi le maniche per aiutare a raddrizzare la situazione, uscendo dalla torre d’avorio in cui spesso gli intellettuali desiderano rimanere protetti per meglio baloccarsi con le loro idee libresche.

 

Dopo aver perso la sua posizione di città metropolitana, Trieste ha ritrovato la sua vocazione nella cultura, in particolar modo nella letteratura. Oggi sembra però che questa vitalità culturale sia svanita. Una città periferica, provinciale, anziana, con lo sguardo volto verso il passato, chiusa su se stessa: quanto c’è di vero in questa descrizione stereotipica della situazione attuale di Trieste? Credi Trieste possa trovare la forza per ricrearsi l’immagine di una città vitale, cosmopolita e aperta?
Sì, lo credo, altrimenti non avrei pensato che potesse valere la pena impegnarsi in prima persona. Credo che a Trieste ci siano i talenti e le energie necessari, credo soprattutto nella gioventù triestina, alla quale gli stereotipi del passato risultano spesso incomprensibili e quelli del presente – la città vecchia, pigra, nostalgica e chiusa – suonano falsi e ingiusti.

 

Tu t’identifichi fortemente con Trieste e la sua cultura, anche se sei, per così dire, un triestino d’adozione. Se non sbaglio, sei nato in Liguria. Come molti triestini, hai una storia famigliare abbastanza interessante.
Sono nato a Genova, da padre norvegese e mamma italo-slovena. Vivo a Trieste dalla tenera infanzia. E appunto per questo, per il carattere contorto ed eterogeneo delle mie origini, mi sento triestino.

 

In molti sensi, Trieste s’immagina ancora tramite gli aggettivi rivoltegli da Sergio Endrigo nella sua famosa canzone omonima: imperiale, floreale e valzerina, ma anche romana, di frontiera, ferita, perduta e ritrovata – e soprattutto, italiana. In questo nostalgico immaginario patriottico e post-imperiale non c’è mai stato posto per la sua componente slovena. Da questo punto di vista è interessante la tua proposta nella campagna elettorale: esporre una scritta bilingue sulla piazza principale della città, per sottolineare simbolicamente la centralità della presenza slovena. Si trattava di una proposta seria o più di una provocazione?
Non esprimo idee alle quali non credo seriamente. Specie – lasciamelo dire – se sono idee ancora considerate “scomode” e non facili da portare avanti. Nello specifico si tratta di una questione simbolica dietro alla quale ci sono degli interrogativi reali e tuttora aperti. Viviamo o non viviamo in un territorio storicamente plurale da Trieste a Dubrovnik? Il fascino specifico del nostro territorio non deriva principalmente dall’essere punto di incrocio tra culture e nazionalità diverse? Dare visibilità a questa ricchezza per me è una cosa bella e positiva. Nel 2012 è assurdo avere ancora le paure del secolo scorso, quando l’esclusione dell’altro dallo spazio simbolico aveva il significato di una chiara delimitazione politico-territoriale, in un generale contesto europeo fatto di Stati in aspra competizione fra loro e protesi verso un progetto di omogeneità nazionale. La storia europea del secondo dopoguerra ci insegna che i confini si alzano con le guerre, e svaniscono in tempo di pace: il ripudio di ogni rivendicazione territoriale violenta è un imperativo inciso nel nostro Dna di cittadini europei. Quindi certi schemi mentali, territoriali e difensivi, non hanno più senso di essere.

 

Alcuni hanno notato un dettaglio interessante nella tua proposta. La denominazione tradizionale slovena della Piazza Unità è stata Veliki trg (Piazza Grande), nome ancora usato da molti sloveni da ambedue le parti del confine. Tu invece hai proposto una traduzione letteraria dall’italiano: Trg zedinjenja Italije. Un gesto simbolico per simbolizzare l’inclusione della minoranza slovena nel progetto della nazione civica italiana?
E’ esattamente questo il punto su cui ho voluto avviare pubblicamente la riflessione. Credo che siamo culturalmente maturi per aver interiorizzato la distinzione tra cittadinanza e nazionalità. Ci sono cittadini italiani di nazionalità slovena, come cittadini sloveni di nazionalità italiana: gli esempi viventi della varietà e dell’affascinante complessità delle nostre terre, e come tali da valorizzare. Per quanto mi riguarda, date le mie origini, mi sento un cittadino italiano di nazionalità europea.

 

Prima di entrare in politica, avevi già partecipato nella vita pubblica come saggista e scrittore, ma anche come storico. Con Stelio Spadaro avete compilato un volume, in cui avete raccolto i testi dei rappresentati intellettuali di quello che potremmo chiamare il “patriottismo democratico italiano” di Trieste, una specie di terza via tra il nazionalismo radicale da una parte e l’internazionalismo comunista dall’altra. Il progetto è stato visto da alcuni come un tentativo di riformulare la tradizione della sinistra triestina in un senso riformista e patriottico. Condividi questa descrizione?
Per me si è trattato di fare in primo luogo un’operazione di equità storiografica. Una certa cultura politica di sinistra ha sempre trovato comodo abbracciare nella categoria del nazionalismo anche politici e intellettuali che nazionalisti non sono stati affatto, e anzi hanno speso parte della loro vita a polemizzare duramente con i nazionalisti per dare al concetto di nazione una base liberale e democratica. Giani Stuparich non è Ruggero Timeus. E comunque, mi sembra che nel resto d’Europa dal 1917 la sinistra democratica si sia conciliata pienamente con il concetto di nazione e non vedo perché questo fatto assolutamente normale debba suscitare scalpore a Trieste negli anni Duemila.

 

Va detto che i tentativi di rivalorizzare in senso positivo la tradizione patriottica e democratica della sinistra triestina e il suo sforzo di slegarsi dal passato comunista sono stati duramente criticati dalla componente slovena: da una parte, accetta malvolentieri la critica della tradizione comunista (con cui gran parte della sinistra slovena di Trieste continua ad identificarsi); dall’altra parte, c’è una diffusa paura da parte degli sloveni triestini (non solo quelli di sinistra) di restare esclusi da un “consenso patriottico italiano”, con cui non si sono mai identificati e al quale non hanno mai potuto (o voluto) partecipare. Come giudichi queste diffuse paure degli sloveni triestini?
Rispetto tutte le paure. Mi limito anche qui a segnalare che sono il riflesso di esperienze novecentesche abbondantemente superate.

 

Nel 2010 hai pubblicato un libro sul rapporto del PCI con la questione del confine italo-jugoslavo. La questione del “confine orientale” sembra restare un tema importante a dieci anni dalla pubblicazione del famoso rapporto della Commissione storica italo-slovena. Come giudichi la contribuzione di questo rapporto alla storiografia e dove sono, secondo te, i punti più importanti che dovrebbero essere affrontati o approfonditi dalle nuove generazioni di storici di questa questione?
Credo che il rapporto sia un documento scientificamente validissimo per quanto riguarda le relazioni storiche italo-slovene, e anzi la sua conoscenza va promossa e diffusa. Naturalmente, mancando completamente dalla prospettiva la componente croata, non è sufficiente a spiegare tutto quanto avvenuto nell’alto Adriatico nel Novecento, quando uno dei protagonisti della scena geopolitica è stata per lungo tempo la Jugoslavia. In particolare, il fenomeno dell’esodo degli italiani dall’Istria ne esce in qualche modo limitato nelle sue dimensioni. Oggi, visto che grazie all’impegno di una storiografia seria e imparziale di qua e di là dal confine disponiamo di un quadro chiaro e sufficientemente completo delle dinamiche generali della nostra storia, credo che la nuova generazione di storici si debba concentrare sul problema delle identità collettive, sulle loro modalità di costruzione e rappresentazione.

 

Per concludere: cosa speri della Trieste di domani?
Che diventi meno complicata restando complessa.

 

E per quanto riguarda il tuo futuro personale: pensi di restare in politica o vorresti dedicare più tempo alla carriera di storico? Stai pensando a qualche nuovo progetto nel terreno letterario?
Ho come l’impressione che l’impegno politico risulterà una parentesi. E penso sia giusto così: non mi considero un politico ma un cittadino che è stato eletto temporaneamente. La ricerca storica è il mio mestiere, la letteratura un sogno.

 

This interview was originally published in Slovenian translation in Razpotja magazine issue 6 (zima 2011).

Illustration: Katja Pahor

Dodaj komentar

Vaš e-naslov ne bo objavljen. * označuje zahtevana polja